MAI MORTI
di Renato Sarti
monologo drammatico interpretato da Bebo Storti
MAI MORTI di Renato Sarti
monologo drammatico interpretato da Bebo Storti
personaggi MAI MORTO Nostalgico della Decima Mas, delle camicie nere, del "bel ventennio" e simili
la scena Un letto, due sedie, un tavolino con cassetto. Su un lato del palco due poltroncine con ben in evidenza la scritta "riservato"
il Mai Morto dorme a letto, sulla parete alcune immagini dei funerali di Piazza Fontana.
Voce registrata – un giorno un parlamentare di sicura fede fascista dice più o meno così a un ex perseguitato politico ebreo comunista: "Anche se su barricate opposte, tutti e due abbiamo lottato per il bene del nostro paese". E l'altro: "Sì, ma con una differenza: siccome abbiamo vinto noi tu stati seduto sugli scranni del Parlamento; se vincevate voi, io sarei ancora in galera se non peggio!"
MAI MORTO (come se si ridestasse da un incubo) La morte per strage – banche, piazze stazioni, treni – di poveri innocenti può forse arrestare il corso della storia e dei suoi mutamenti? No, anzi, è il più efficace dei propellenti. Cauti, siamo stati troppo cauti. Lo diceva anche il vecchio don Peppino Rauti: "La democrazia è un'infezione dello spirito." Ai funerali di piazza Fontana… ai funerali di piazza Fontana si doveva fare il gran botto finale. Bastava un ordigno, uno solo e nemmeno ad alto potenziale. La ressa, qualche nostro provocatore avrebbe scatenato un cataclisma controllabile solo da un regime dai valori e soprattutto dai dynatoì mýs, muscoli forti, tipo quello greco dei colonnelli. Con a capo di Stato magari un Alfredo, un Marcantonio, uno Scipione, anche un Maria, purchè Junio Valerio e Borghese sia. "Una faccia, una razza", "una faccia, una razza". Grande era la convinzione di potere fare come loro. Stessi programmi, stessi istruttori militari, stesse menti organizzative, ex Waffen SS, agenti americani della CIA, con sostegni autorevoli, come qualche altro prelato dell'Opus Cenacoli del Vaticano. C'era anche una agenzia, la Aginter Press. I camerati operavano a livello internazionale, in Algeria con l'OAS, in Spagna, Rhodesia, Sudafrica, Angola, Portogallo, Brasile, Zaire. Ovunque ci fosse bisogno di destabilizzare, di qualche golpe, al servizio di Pinochet in Cile. I responsabili della giustizia, della Difesa, dell'Esercito e dei servi segreti, erano in buona parte camerati riciclati pronti ad ogni copertura, a tutti i depistaggi. Allora sì che si riusciva a scaraventare anarchici dalla finestra, raccontare frottole a destra e a manca e farla comunque sempre franca. Nella Milano incandescente del millenovecentosessantanove, Marcello Guida era più feroce mastino che questore! Lui di scuola temprata, severa, un fascista per bene, fin da giovanissimo direttore del confino di Ventotene. Dopo la caduta del regime, solo per paura di quello scatenato di Pertini stacca dal muro la foto del suo amato Mussolini. Tocca a un uomo di tal fatta, lui, Guida, presentarsi per primo davanti ai giornalisti-feccia per le dichiarazioni sul volo dalla finestra della Questura di Giuseppe Pinelli, l'anarchico che, per paura riveli come l'han gettato di sotto, muore piantonato al Fatebenefratelli! Ecco qua, Guida (prende i fogli e legge): Pinelli era fortemente indiziato, balle; Pinelli aveva presentato un alibi, ma questo alibi era completamente, balle; nell'ultimo interrogatorio il funzionario dotto Calabresi aveva rivolto a Pinelli contestazioni piuttosto precise e lui era sbiancato in volto, balle; improvvisamente il Pinelli ha compiuto un balzo felino – balle – verso la finestra e si è lanciato nel vuoto, balle; è stato un gesto quello di Pinelli questa sera che questo a noi non fa piacere, balle; lo scatto del Pinelli è stato rapidissimo… balle, balle e ancora balle. Ma… ma anche al più sprovveduto dei cittadini… al più sprovveduto dei cittadini una domanda dovrebbe sorgere spontanea: se sulla repentinità del balzo tutti i presenti nel piccolo ufficio della Questura confermano quanto afferma Guida…
(legge)
tenente Lo Grano: "Pinelli scattava verso la finestra"; brigadiere dattilografo Caracuta: "Ho visto qualcosa come se schizzasse, come una saetta"; brigadiere Mainardi: "Scatto fulmineo"; brigadiere Panessa: "Scatto felino"; brigadiere Mucilli: "Pinelli si è tuffato come si tuffano gli esperti da un trampolino" … se tutti i prsenti nel piccolo ufficio della Questura sulla repentinità del salto confermano quanto afferma Guida, come mai nella sentenza D'Ambrosio definitiva, si parla di una strana forma di malore attiva? E cioè che il Pinelli , avvicinatosi alla finestra, colto da capogiro, scivola lento oltre la ringhiera, sbatte sul cornicione e si sfracella nel sottostante giardino. Ma è la mattina seguente che Guida estrae dal suo cilindro la più bella delle trovate: "Non vorrete pensare mica che l'abbiamo ucciso noi?"
(ride)
Mistero? No, nessun mistero. Anche se decisamente male orchestrate sono tute balle, balle per davvero. "Ma con tutte queste fandonie sul Pinelli, Guida verrà condotto in un tribunale." Tutt'altro: in pochissimi mesi viene promosso al ministero degli Interni del Viminale. "Certo che per agire in modo così sfrontato ci vuole un gran coraggio!" Ma quale coraggio, quale coraggio, ai tempi bastava un amico piazzato nei servizi segreti esperto nell'arte del depistaggio. E il genio assoluto nei depistaggi era l'allora direttore dell'ufficio Affari Riservati del ministero dell'Interno, Elvio Catenacci. Come un mago, lui in quattro e quattr'otto riesce a far sparire dall'inchiesta sulla morte di Pinelli senza nemmeno interrogare i testimoni oculari. Per forza, sono gli stessi che probabilmente l'hanno fatto fuori. Lui è specializzato in casi di persone che volano "accidentalmente", tipo il portinaio, ex car5abiniere, di Padova, Alberto Muraro, suicidatosi, guarda caso, il giorno prima di essere interrogato, nel vano delle scale in modo troppo strano: una ciabatta resta nell'androne, l'altra al primo piano, al terzo lascia la spazzatura, la scopa gli rimane praticamente in mano. Eppure che sei un ex caramba, certe cose dovresti… tu non tieni conto delle minacce degli ordinovisti del Veneto nero e sano? Minchione. Si sa che quelli non scherzano e ti uccidono di sicuro prima o dopo, con o senza "aspra collutazione".
(cambia decisamente tono)
Son proprietario de un negozio de pelletteria in centro de Padova. Do giorni dopo la strage, i fa veder in television una borsa uguale precisa precisa a quela che tegniva dentro la bomba de piazza Fontana. Perché ghe iera tante borse. Tante bombe. Anche a Roma, all'altare della Paria, museo del Risorgimento. Un'altra compagna uguale, i la gaveva messa mesi prima davanti la scola slovena a Trieste. Puntada a mezzogiorno, quando che i muleti vien fora. Che se sciopava… varda, no voio gnanca pensarghe! Vardo ben. Orpo, ma xe le Mosbach-Gruber, tedesche, roba bona, come le mie. Zinque giorni fa go vendudo quattro, tre nere e una maron, a un tipo alto, distinto. Ma… me te vuol veder che… Per scrupolo, telefono in questura per denunciar el fato. Dopo do giorni, vien do funzionari de mi, in negozio. Ghe conto tuto per fil e per segno e questi cossa fa? I verbalizza tuto pulito pulito pulito e dopo no i se fa più sentir. Mi provo, più volte, insisto ogni tanto, ma niente. Sparidi. Scomparsi. Volatilizadi. Tre anni dopo, mi me iero za dimenticà del fato, ariva un altro funzionario e el comincia a farme domande de nuovo su 'ste benedete borse. "Iera ora che vegnivi!" ghe digo. "Iera ora che ve fazevi veder. Xe de tre ani che ve 'speto". "Da tre anni aspettate chi?" "Mi su 'ste borse mi go za contà tuto a quei dela Questura tre ani fa" "E dopo?" "Dopo niente, nissun se ga fato più veder! Sparidi. Scomparsi. Volatilizadi." Sto pampalugo non iera dela Questura de Padova, ma dell'uficio Istruttor D'Ambrosio de Milan che iera subentrà nele indagini. Sembrava cascado come un pero gnoco: Cossa i gaveva combinado? Sti malignassi. La go capido anca mi: El mio verbale, inveze de trasmeterghelo alla magistratura de Padova per imbastir el proceso, i lo gaveva spedido ai servizi segreti de Roma. E la i lo ga tombà. Bascosto per tre ani boni. Come se ciamava quel… Lucheti… Cadenoni, no! Cadenasi. Xe stato lu a tombarlo! Per questo i lo ga anca incriminà. La mia comessa, al primo momento, gaveva riconosciuto in Freda, quel che prima i ghe ga dà l'ergastolo e dopo i lo ga liberà… come l'altro, Ventura, che adesso ga quatro o zinque ristoranti in pien centro a Buenos Aires, uno giapponese, in uno i fa la piza al taio, in un altro bacalà a la vicentina, fegato a la veneziana, sepioline ripene bonissime, polenta e usei… cossa disevo? La mia comessa gaveva riconosciudo in Freda l'acquirente dele borse. E la segretaria sua de lu, de Freda, gaveva confesado de aver visto nel'uficio del suo capo tre borse come quele. Sparide, scomparse… volatilizzate… nella memoria. Fine del quadretto! Il vero problema non erano gli apparati dello stato, gli inquirenti. Il vero problema erano e rimangono quei rottinculi di giornalisti fanatici impertinenti. Eh, bisignerebbe fare come fanno i russi in Cecenia: fuori dalla frontiera o accolti a colpi di fucile sulla schiena. Poi… poi di Pinelli non ne hanno… non se ne è più parlato. A parte l'onorevole Bettino e il grande Indro che molto, molto tempo dopo, nel 1992, solo loro ancora insistevano con l'asserire che l'anarchico era coinvolto nell'attentato quanto era da mo' che era stato tumulato e scagionato.
(si alza dal letto)
Dopo quella lunga stagione delle stragi… dopo quella grande stagione di stragi è subentrato un lungo periodo di stasi. Qualcuno si è disperso, qualcun altro non si è più ripreso. Altri ancora operano nel settore televisivo, che alla lunga si rivelerà sicuramente decisivo, anche se il mio campo è… (estrae una pistola dal cassetto del tavolo) è certamente più circoscritto: pistola Lüger, parabellum, millimetri otto, un ricorso di una ss, sempre oliata pronto. Ah, queste mani, da più di trent'anni inoperose, prudono, prudono e se non trovano altro sfogo… se non trovano altro sfogo… (preme a vuoto il grilletto della pistola) solo con la mente, solo con la mente sono costretto a rifugiarmi in episodi lontani, sacri, a me cari…
ETTORE MUTI PICCOLO TEATRO DI MILANO
Faccio educatamente la fila al botteghino. Acquisto il biglietto. Per non destare sospetti compro anche uno di quei costosissimi, patinati, inutili che spiegano tutto dello spettacolo perché lo spettacolo non dice un cazzo, programmi di sala che appena uscito dal teatro… ops, cestino! Prendo posto in una delle poltroncine rosse in fondo alla galleria o alla sala, e quando la luce si abbassa… socchiudo gli occhi infilo i tappi nelle orecchie, dimentico quei quattro cialtroni sul palco, e solo allora nel mio fantasticare da Piccolo d'Europa e di via Rovello, diventa davvero enorme e mondiale quel teatro. A volte ardisco. A fine rappresentazione con la scusa di complimentarmi con questo o quel divo mi reco proprio lì, lì nei camerini, dove si praticavano le tortur… tutto preso da se stesso e dalle mie parole di rito, il pavone non può rendersi conto che il mio sguardo scivola ansionso altrove, finestre, muri, pareti, inferriate, pavimenti. Una sarta adopera un ferro da stiro: ai tempi se ne sarebbe fatto ben altro uso! E' per volere del duce che la Ettore Muti viene elevata al rango di Legione autonoma. Vanta certe dipendenze dai generali tedeschi, ma in quanto a torture non ha bisogno di niente e nessuno. "arriva la Muti. Arriva la Muti. Arriva la Muti!" Ettore Muti, Gin dagli occhi verdi… La Muti… nella mia mente, quel nome rimbomba ancora glorioso. Pugni, schiaffi, calci in faccia e in ogni parte del corpo, costole, denti, setti nasali spaccati o frantumati. Colpi particolarmente violenti allo stomaco e alla regione cardiaca; pestaggi con sacchetti di sabbia e con stivali pesanti per impronte durature; calcio del fucile, scudisci e bastoni a forma di clava, nerbi di bue. Le punture di scopolamina procurano paresi di un lato del corpo, obnubilamento, incoscienza. Si calpestano i polpastrelli delle dita, si spezzano le mani e con le pinze si strappano una per una le unghie. A volte si torturano i figli per far parlare il genitore. Particolarmente divertenti le esecuzioni finte: tremano come foglie. Più di uno cerca il suicidio, ovviamente. Tecnicamente: con uno strumento flessibile e terminante in una sfera metallica grossa come una noce colpisci ripetutamente sulla fronte… (mima i colpi) Pam! Pam! Pam! Tutto si spella, si spacca, si fa grumo. Una volta, non il torturato ma il compagno che assiste sbraita: "Basta! Basta! Purchè la smettiate parlo io. Parlo io!". Sacrificio inutile, tanto i corpi di entrambi li ritroveranno in quel di Bruzzano. La nostra particolarità consiste in pestaggi violenti sul prigioniero steso con il sedere su uno sgabello. E se no regge, il prigioniero? Nessun problema. Si aspettano due minuti, si rimette al suo posto e poi si riprende. Abbiamo anche le foto. Si son fatti le foto. I testicoli si possono colpire in vari modi, am solo se strizzati forte nel cassetto diventano grossi inscì, come limoni. Violenze prolungate portano alla rottura dei fragilissimi tessuti dell'ano. "Figa, sun pussee strac adess de quand che lauravi all'Alfa Romeo" protesta uno dei nostri scagnozzi, il boia. In piazza Lavater, in piazza Mercanti, a Quinto Romano, in viale Tibaldi, al campo Giuriati, a Bruzzano, a Camerino, sulla strada fra Rogoredo e Melegnano, ci sono… ci sono le lapidi che attestano il nostro operato, ci sono, ma non le legge più nessuno! "ce ne freghiamo della morte. Ce ne freghiamo della galera!" Il nostro vicecomandante Ampelio Spadoni nel 1947 viene condannato a ventiquattro anni. Fra condoni, amnistie, amicizie e altro, il 4 gennaio del 1952 Spadoni sfila in libertà e camicia nera, con altri sessantotto camerati, nella tenuta di Rodolfo Graziani nell'Agro Pontino… (di colpo sull'attenti) Sua Eccellenza il Vicerè Rodolfo Graziani… mi proietta indietro… come mi porta indietro… ai primi grandi e irripetuti fasti dll'impero. Debrà Libanòs. Debrà Libanòs.
(segue)
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